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COMUNICATO
INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2007
Vogliamo, da Dirigenti, concorrere a fornire un migliore servizio giustizia
ai cittadini.
Se non saremo messi in condizione di farlo, chiederemo di andare a lavorare
altrove.
L’anno giudiziario
2007 si apre registrando due elementi positivi che riteniamo utile
sottolineare: 1) l’impegno, paziente e responsabile, del Ministro Clemente
Mastella a riannodare le fila di un dialogo, di una capacità di ascolto
reciproco, tra le diverse componenti del mondo della Giustizia; 2) una
recuperata centralità dei temi legati all’organizzazione giudiziaria.
Noi dirigenti dell’organizzazione giudiziaria, apprezziamo particolarmente
lo sforzo a superare la contesa politica che ha dominato e pregiudicato,
negli ultimi anni, ogni tentativo di discutere seriamente dell’esercizio
della giurisdizione in questo Paese.
Tuttavia non riteniamo che l’abbassamento dei toni determini di per sé un
miglioramento del servizio giustizia offerto ai cittadini.
Anzi, se un limite possiamo rilevare nel modo in cui si è articolato lo
scontro intorno alla “giustizia”, esso risiede proprio nell’essersi
esercitato esclusivamente intorno all’idea della giustizia come VALORE
(autonomia della giurisdizione ecc,) e trascurando pesantemente l’idea della
Giustizia come SERVIZIO.
E invece è proprio di un servizio giustizia efficiente ed affidabile che ha
bisogno un Paese che sta cimentandosi con un difficile tentativo di
irrobustire la crescita economica e sociale.
Può crescere un Paese sottoposto – in vaste aree – alla morsa della
criminalità organizzata, un Paese in cui il controllo di legalità non ha
ancora avuto ragione su larghi fenomeni di corruzione e malversazione in
ambito economico e politico? Può crescere un Paese in cui la composizione
pacifica delle controversie civili è lunga ed incerta?
Cittadini ed imprese, per avere fiducia e concorrere allo sviluppo, hanno
necessità di far leva su un servizio giustizia che assicuri stabilità e
legalità alle relazioni economiche e civili.
Certo l’Italia è un Paese “complicato”. Secondo per litigiosità –in Europa-
alla sola Polonia, ha visto, in questi anni, frustrati dalla pochezza degli
esiti significative riforme procedurali e strutturali e importanti
investimenti finanziari sulla giustizia.
L’organizzazione giudiziaria ha visto crescere le risorse destinatele dallo
0,9 % sul bilancio statale del 1992 all’oltre 1,5 % degli ultimi anni ! E
gli stessi organici magistratuali e tecnico-amministrativi non sono
inferiori agli standard europei.
Se muoviamo da questa consapevolezza la centralità della questione
organizzativa si impone con una certa evidenza: in questi anni abbiamo
sofferto non tanto la scarsezza delle risorse ma la loro allocazione
imprevedibile e –soprattutto- incoerente rispetto ai progetti di sviluppo
intrapresi. Abbiamo sofferto una indisponibilità dell’insieme della nostra
struttura a cimentarsi con una seria analisi dei dati e dei flussi di
lavoro.
Se ciò è vero va allora riconosciuto che il sistema giudiziario italiano
appare penalizzato da una cultura organizzativa (espressa da gran parte
della normazione che disciplina il settore e degli assetti gestionali
dell’amministrazione) sostanzialmente indifferente al conseguimento del
risultato.
Di fronte a questo quadro il riconoscimento del ruolo della dirigenza di
estrazione amministrativa (dell’apporto che può offrire) non corrisponde
all’aspirazione corporativa di un ceto professionale ma al bisogno di
riqualificare il servizio giustizia destinato ai cittadini ed alle imprese.
La distinzione tra il circuito della giurisdizione il cui governo (che
vogliamo forte, riconosciuto, autonomo) deve essere affidato alla
magistratura ed il circuito della gestione il cui governo va invece
riconosciuto ad una dirigenza matura e responsabile, è pertanto un’esigenza
del Paese.
Il decreto legislativo 240/2006 sulla definizione delle competenze dei
magistrati capi e dei dirigenti amministrativi, recepisce –pur tra
incertezze e contraddizioni- un quadro più avanzato. Più atto a garantire il
buon governo dell’organizzazione giudiziaria.
Proprio per questo guardiamo con grande preoccupazione al lavorìo in atto
teso a suggerire una modifica del decreto 240. Abbiamo il forte timore che
si voglia ridisegnare l’asse del governo degli Uffici secondo modalità tali
da lasciare ai dirigenti amministrativi tutto il peso delle responsabilità
gestionali, alleggerendone però significativamente la concreta possibilità
di gestione.
Riteniamo –in particolare- anacronistico risuscitare formule che
ridefiniscano in chiave meramente collaborativa il ruolo della dirigenza
amministrativa.
Il recente memorandum sottoscritto dal governo e le Organizzazioni Sindacali
sulla riforma del pubblico impiego racchiude una forte responsabilizzazione
della dirigenza (di tutta, anche di quella che opera nell’organizzazione
giudiziaria!), conferendo –tra l’altro- un ruolo ancora più pressante all’
istituto (già vigente) della valutazione dei risultati conseguiti.
Sarebbe pertanto intollerabile riproporre, nell’Italia del 2007,
responsabilità cui non corrispondano concreti e certi poteri di gestione. E
ancor peggio sarebbe prevedere poi poteri senza responsabilità.
Il nostro allarme è concreto. In numerosi atti dello stesso Ministero della
Giustizia affiora, (fin dalla terminologia accolta:“provvedimenti assunti
dalla…direzione dell’ufficio giudiziario”, cancellieri che si ipotizza
possano divenire …assistenti…) il rischio che si affermi un quadro di forte
attenuazione delle competenze gestionali dei dirigenti.
Noi dirigenti dell’organizzazione giudiziaria riteniamo l’autonomia
dell’esercizio della giurisdizione un valore fondante della nostra missione
professionale.
Noi non caldeggiamo, per la nostra posizione professionale, né poteri
assoluti né doppie dirigenze. Crediamo che la realtà giudiziaria esprima un
tale bisogno di governo, da lasciare spazio alla possibilità di integrare un
forte ed autonomo ruolo magistratuale con una forte e responsabile dirigenza
amministrativa.
Siamo nell’organizzazione giudiziaria (alcuni di noi da tanti anni) e qui
vogliamo assolvere con impegno il nostro ruolo di dirigenti dello Stato. Ma
se non venissimo messi nelle condizioni di svolgere il lavoro che
corrisponde alle nostre responsabilità l’opzione per altre Amministrazioni
Pubbliche diverrebbe una conseguenza difficilmente evitabile.
Per alcuni di noi sarebbe una scelta triste, per altri corrisponderebbe alla
naturale aspirazione professionale a diversificare le esperienze.
Sicuramente non sarebbe un punto a favore di un’organizzazione giudiziaria
che crediamo abbia bisogno anche del nostro apporto per assicurare un
servizio giustizia che assecondi e non ostacoli la crescita del Paese.
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L'Associazione Dirigenti
Giustizia è un'associazione professionale tra i dirigenti amministrativi
dell'amministrazione giudiziaria che, negli ultimi anni, si è posta come obiettivo, tra
gli altri, il miglioramento della qualità e dell'efficienza del servizio giustizia.
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