| Un vero e serio processo di
modernizzazione dell'amministrazione giudiziaria italiana non può realizzarsi senza un
lavoro profondo di revisione del suo funzionamento e della sua struttura. E ciò per due
ordini di motivi:
- uno perché l'adeguamento dell'organizzazione giudiziaria ai
principi costituzionali, con il riconoscimento a ciascuno del proprio ruolo, dei propri
poteri e delle proprie funzioni, è la premessa perché funzionino a dovere gli equilibri
e i contrappesi che in ogni sistema democratico garantiscono trasparenza e legalità.
Invece nell'ordinamento della giustizia italiana la preponderanza del ruolo della
magistratura, giustificabile per i tempi in cui il governo aveva un ruolo di ingerenza
pesante nell'attività giudiziaria, non si giustifica più, ora che la Costituzione e
l'istituzione del CSM hanno garantito l'indipendenza e l'autogoverno della magistratura. E
invece la magistratura, come un enorme blob che tutto ingloba e tutto nasconde, ha
occupato più che in precedenza gli spazi amministrativi del ministero, degli uffici
periferici, paralizzando qualsiasi possibilità di riforma in senso efficientistico del
sistema. Questo naturalmente anche per l'incapacità di tutta la struttura amministrativa
che, partendo dal ministro, prigioniero di un apparato formato da magistrati, passando dai
dirigenti, va a finire ai funzionari di cancelleria, una categoria che ha dimenticato il
ruolo che ancora per legge gli compete di formali controllori dell'attività
giurisdizionale, per adagiarsi in quello forse molto più comodo di collaboratori di
segreteria dei magistrati. E allora forse sarebbe il tempo di arrivare a una riflessione,
che non si può approfondire in questa sede, se sia possibile, con questa organizzazione,
per il ministro, per i dirigenti amministrativi, per il cancelliere, svolgere
effettivamente e fino in fondo quel ruolo che peraltro la costituzione e le leggi gli
affidano.
- Ma, lasciando da parte le questioni di principio, il vero problema
è che le riforme procedurali che da cinquant'anni a questa parte si sono susseguite
incessantemente non sono riuscite a rendere più efficiente la macchina della giustizia
italiana. Anzi, forse, i problemi si sono sempre più aggravati, perché il sistema non è
stato in grado di adeguarsi alle crescenti esigenze di una società in continua
evoluzione.
Eppure, basta dare un'occhiata alle statistiche
dei vari uffici giudiziari, o verificare l'esperienza di ciascuno di noi, per rendersi
conto che il livello dell'efficienza e della qualità del servizio varia, da un ufficio ad
un altro, indipendentemente dalle norme procedurali in vigore, solo che la dirigenza
(magistratuale e amministrativa) di quegli uffici sia più o meno all'altezza del compito,
sia più o meno capace di dialogare all'interno dell'ufficio o con gli uffici con cui è
connessa funzionalmente.
Attualmente, lo sappiamo tutti, il sistema
organizzativo degli uffici giudiziari (indipendentemente dalla capacità o dalla qualità
delle persone) è un sistema che deresponsabilizza i suoi dirigenti. Deresponsabilizza il
magistrato, che non ha la cultura per dare il giusto valore all'organizzazione dei servizi
e non è di fatto mai chiamato a rispondere della sua inefficienza. Deresponsabilizza il
dirigente amministrativo che non avendo autonomia e potere formale nell'espletamento dei
suoi compiti non ha interesse ad impegnarsi per il raggiungimento di risultati che poi
nessuno gli riconoscerebbe. E allora il risultato è che solo dove il caso o la fortuna fa
incontrare dei dirigenti (magistrato e amministrativo) che, per formazione culturale, per
motivazioni personali o per il concorso di fattori imprevedibili, si impegnano nel far
funzionare gli uffici giudiziari, lì i risultati si vedono. Ma allora perché non
formalizzare un'organizzazione in cui i dirigenti (magistrati e amministrativi) siano
scelti per le loro capacità, siano responsabilizzati con incarichi precisi e dotati di
idonei strumenti, siano infine valutati per ciò che hanno fatto? Solo in questo modo
qualunque pubblica amministrazione può pensare di migliorare il proprio servizio al
cittadino. Non bastano le riforme procedurali, non basta l'innovazione tecnologica, per
cui la nostra amministrazione ha speso e spende moltissimo, per far funzionare meglio le
cose. E' necessario invece che si individuino chiaramente i compiti e le responsabilità
di ciascuno, che si eliminino le rivalità e le interferenze tra i ruoli, che ognuno resti
nelle sue competenze e non interferisca.
Questo non è un discorso di rivendicazione,
perché noi non stiamo rivendicando aumenti di stipendio, non rivendichiamo aumenti di
ruolo o di stato. Stiamo prospettando la possibilità di far funzionare meglio un servizio
di primaria importanza per i cittadini, mettendo a rischio la nostra tranquillità di
dirigenti dimezzati, mettendo a rischio il nostro lavoro e il nostro prestigio che
l'attuale sistema invece garantisce appieno, indipendentemente da quali siano i risultati
della nostra attività. E stiamo prospettando delle soluzioni obbligate per
l'amministrazione, se essa vuole adeguarsi ai principi di riordino della pubblica
amministrazione, al decreto legislativo 300/99, a tutte le richieste di adeguamento e di
efficienza che vengono dai cittadini, dalle imprese, dalla comunità internazionale. Nel
momento in cui noi, diciamolo, rivendichiamo un ruolo responsabile nella gestione dei
servizi della giustizia, sappiamo che saremo molto meno garantiti di quanto non lo siamo
attualmente e di quanto non lo siano attualmente i dirigenti magistrati. Ma proprio per
questo riteniamo che solo noi potremo essere stimolati a produrre innovazione ed
efficienza, perché solo nei confronti dei dirigenti amministrativi si possono attivare
dei meccanismi che li responsabilizzino verso il raggiungimento di risultati.
Certo, la responsabilizzazione del dirigente
amministrativo da sola non può risolvere i problemi della giustizia italiana. E'
necessario, anzi è di vitale importanza, che vengano introdotte nel modo di lavorare
dell'amministrazione sistemi manageriali quali i controlli di qualità, i controlli di
gestione, ecc, che vengano introdotti in maniera diffusa e sistematica, che la cultura
manageriale coinvolga, non solo tutti i dirigenti (magistrati e amministrativi) ma che sia
diffusa a livello capillare.
Solo per fare un esempio, nel mio ufficio ho
impiegato tre mesi per ottenere una riunione di tutti i sostituti con il personale
dell'ufficio dibattimento, per analizzare e cercare di risolvere i problemi di
organizzazione derivanti dall'attuazione del giudice unico. Per tre mesi ricevevo
richieste perentorie di magistrati che non sapevano, e non volevano sapere, quali fossero
i problemi e le esigenze della segreteria e ricevevo le lamentele del personale che non
era in grado di affrontare adeguatamente il lavoro. Quando sono riuscito a mettere tutti
assieme ad affrontare i problemi, è bastata un'ora di dialogo per definire
un'organizzazione dell'ufficio che, da allora, non ha dato più problemi. Ancora più
difficile è organizzare incontri del genere, che non sono altro che i c.d. circoli di
qualità, tra il mio ufficio, una procura, e le cancellerie del Tribunale, non avendo un
interlocutore sensibile a trovare soluzioni ai disservizi esistenti. Se solo il ministero
adottasse una politica della qualità e diffondesse la cultura della qualità in tutti gli
uffici, dove invece tuttora regna la cultura della forma, si sarebbe già fatto un grosso
passo avanti.
In sintesi, e per concludere, si rende necessario
- ripristinare il principio costituzionale della ripartizione
effettiva di competenze tra poteri distinti quali sono il Ministero della giustizia e il
CSM;
- restituire alla funzione giurisdizionale tutti quei magistrati
addetti ad incombenze amministrative (circa 120 quelli distaccati al ministero, oltre
quelli distaccati in altri organismi della p.a. , e i capi degli uffici periferici)
risolvendo non pochi problemi relativi alla disponibilità di risorse del personale di
magistratura;
- soddisfare pienamente l'esigenza di recupero di efficienza e di
efficacia del servizio giustizia e dello svolgimento di funzioni giudiziarie.
Noi sappiamo che, seppure ci sono tuttora grosse
resistenze nei confronti dell'innovazione e della modernizzazione del servizio giustizia,
purtuttavia esistono anche sensibilità e disponibilità al dialogo piuttosto notevoli.
Abbiamo letto con interesse il discorso tenuto il 7 maggio dal ministro della giustizia al
CSM. E' la prima volta, da quando il ministro Flick ha lasciato il ministero, che si
affrontano questi problemi con chiarezza e semplicità.
Credo allora che sia giunto il momento in cui
molti problemi possano avviarsi a trovare una soluzione. Ma è necessario che ognuno,
dirigenti, amministrazione, magistrati, organizzazioni sindacali, dovrà fare la propria
parte, in ogni modo possibile, non ultima la crescita professionale personale, per
raggiungere l'obiettivo della modernizzazione del sistema giustizia.
Giovanni Assenza, Dirigente Procura di Ragusa
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