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Oggi 18 gennaio presso la Biblioteca del Senato, in Piazza della Minerva si
è svolto Il Convegno
2007 – RIFORMA DELLA P.A. RIFLESSIONI E PROPOSTE DELLA DIRIGENZA PUBBLICA
organizzato dal Coordinamento delle
Associazione dei Dirigenti dello Stato di cui la nostra Associazione fa
parte. I lavori hanno avuto inizio con il saluto del Presidente del Senato
Franco Marini il quale ha ribadito il ruolo centrale, per un Paese che vuole
essere efficiente, dell'Amministrazione criticando gli atteggiamenti
liberistici e l'uso distorto che si è fatto dello Spoil System poichè ciò ha
svuotato le capacità e le competenze della P.A..
Si è negato il riconoscimento, rispetto alla struttura, della " condizione
di imparzialità" ( art.97 cost) della Dirigenza confondendola con chi è
chiamato a svolgere il ruolo del collaboratore della politica.
L'attenzione è stata focalizzata su punti di interesse comune della
Dirigenza Amministrativa , pur rimarcando le differenze tra Le
Anninistrazioni Centrali ( leggi diverse realtà),gli Enti locali e le
Aziende ecc, quali la Valutazione, lo Spoil System e la necessità di
definire e distinguere nettamente l'attività di indirizzo da quella di
gestione.
Attività di Gestione che la Classe Dirigente è in grado dia fare con piena
competenza
Insomma, il Convegno del Coordinamento ha voluto portare all'attenzione
dell'Opinione Pubblica la voce, non piagnona, nè ignavia, della Dirigenza
dopo gli attacchi della Stampa da Agosto fino ad Oggi.
Sono Intervenuti il Ministro Mastella, il Senatore Treu, Sacconi , il vice
presidente della Camera Lusetti ed il sottosegretario Scanu. Gli interventi
politici sono stati non di facciata, anzi ,tutti hanno riconosciuto il ruolo
dell'Amministrazione pubblica, ma anche la necessità di assicurarne
l'efficienza attraverso la costruzione di meccanismi di valutazione delle
performance dei dirigenti, non da burletta come è avvenuto fino ad oggi, ma
presupponendo, innanzitutto quella condizione di imparzialità della
Dirigenza che la svincoli dalla politica o da altre interferenze.
Sia Lusetti che Scanu si sono resi disponibili, assumendolo come un impegno
politico, ad iniziare un tavolo di lavoro con il Coordimanento e quindi con
i rappresentanti insieme delle Associazioni che ne fanno parte e considerare
oggi il giorno di inizio dei lavori. Per la nostra Associazione è
intervenuto Enzo Di Carlo. Numerosi sono stati i partecipanti ,e,dei nostri,
in sala vi era Mario Rossini, Pietro Scaldaferri, Renata Pennucci, Alfredo
Rovere ed io. Il Dibattito è stato condotto dal giornalista del Corriere
della Sera, Mario Sensini. Il convegno ha avuto un grande successo e per il
numero dei partecipanti ( oltre cento persone) e per la qualità degli
interventi. Tutti hanno sottolineato la pregevolezza dell'intuizione di aver
dato vita ad un Coordinamento poichè ciò permette di parlare dei problemi
della Dirigenza fuori da qualsiasi provincialismo e fuori da qualsiasi
ripiegamento solo sulle proprie peculiarità, assicurando una maggiore
interlocuzione con esponenti del mondo politico. Tutto questo ha permesso
alla nostra Associazione di portare il ruolo della Dirigenza giudiziaria
fuori dalla contrapposizione, magistrato -dirigenza per affermare la
necessità di riconoscere alla Dirigenza Pubblica l'autonomia gestionale
ovunque e in qualunque struttura venga esercitata.
L'obiettivo della nostra Associazione è, dunque, di mettere a frutto questa
maggiore interlocuzione con le forze politiche per approdare alla soluzione
delle problematiche specifiche.
Sul sito del " Forum P.A." sarà pubblicato il comunicato stampa relativo
alla giornata odierna per poi seguire la pubblicazione degli interventi
programmati e di quelli avvenuti durante la tavola rotonda.
Saluti, Maria
IL RUOLO DELLA DIRIGENZA NEGLI ORGANI DI GIUSTIZIA
Intervento di Renato Romano
Presidente Associazione Dirigenti Giustizia
nel Convegno
2007 – RIFORMA DELLA P.A.
RIFLESSIONI E PROPOSTE DELLA DIRIGENZA PUBBLICA
Roma, 18 gennaio 2007
Sabato 27, presso i distretti
di Corte d’Appello, avranno luogo le cerimonie inaugurali dell’anno
giudiziario.
Per la prima volta dopo alcuni anni le inaugurazioni non registreranno le
defezioni, clamorose per numero e rilievo dei protagonisti, con cui le
espressioni associative della magistratura e dell’avvocatura avevano inteso
connotare il proprio forte (e in alcuni casi divergente) dissenso rispetto
alle scelte del decisore politico.
Noi dirigenti del Ministero della Giustizia apprezziamo ogni recuperata
possibilità di riannodare le fila dell’ascolto tra i vari soggetti del mondo
della giurisdizione.
E apprezziamo lo sforzo di chi, a partire dal Ministro Mastella, si è
adoperato per la paziente ritessitura di un confronto necessario ed
ineludibile.
Tuttavia non riteniamo che l’abbassamento dei toni (in particolare per quel
che riguarda lo scontro tra potere politico e magistratura) produca in sè un
miglioramento del servizio giustizia offerto ai cittadini.
Anzi, se un limite possiamo rilevare nel modo in cui si è articolato lo
scontro intorno all’esercizio della giurisdizione, esso risiede proprio
nell’essersi esercitato intorno al tema della Giustizia come VALORE
(autonomia della giurisdizione ecc.) e non della Giustizia come SERVIZIO.
Fino alla metà degli anni ‘80 nel nostro Paese la discussione sulla
Giustizia è stata in ostaggio della disputa (peraltro nobilissima) tra i
cultori e propugnatori delle diverse scuole di pensiero giuridico (processo
accusatorio o inquisitorio: in ambito penale; processo di parti o processo
con rilevanti poteri del giudice: in ambito civile).
Nell’ultimo ventennio (a partire dai casi Teardo, Trane, Biffi-Gentili) la
scena è stata invece dominata dallo scontro tra settori del ceto politico e
magistratura.
Noi Dirigenti della Giustizia ci collochiamo professionalmente in uno snodo
che ci richiede coerenza con le linee di sviluppo determinate dal decisore
politico. Allo stesso tempo, nel territorio e negli uffici giudiziari, siamo
fortemente immedesimati con l’esigenza di garantire un esercizio della
giurisdizione autonomo, libero ed autorevole.
Siamo pertanto nella condizione di rilevare – e lo facciamo con amarezza –
che, specie in questi ultimi anni, di giustizia si è parlato apparentemente
moltissimo ma, in realtà, non se né parlato affatto.
Eleggere l’esercizio della giurisdizione a terreno di contesa politica ha
disancorato pericolosamente la discussione dalla necessità di offrire
risposta al bisogno di legalità espresso dai cittadini.
All’esigenza di recupero di questa dimensione di ”servizio” della giustizia,
noi Dirigenti, invece, ci richiamiamo. Cercando di concorrere a ricollocare
al centro della discussione ciò che cittadini e imprese chiedono al sistema
giustizia. Ciò che un sistema giudiziario affidabile può fare per sostenere
la crescita economica e civile del Paese.
L’adozione di questa chiave di lettura crediamo riveli l’angustia,
l’inadeguatezza di tante delle discussioni sulla giustizia che si sono
svolte negli ultimi anni.
Certo l’Italia è un Paese “complicato”: sottoposto –in vaste aree- alla
morsa della criminalità organizzata, ancora non affrancato da temibili
attacchi di stampo terroristico, un paese che ha conosciuto larghi fenomeni
di corruzione e malversazione in ambito politico ed economico. Il paese con
la più elevata litigiosità civile in Europa, dopo la Polonia.
Eppure, la consapevolezza di questo contesto non rende ragione della
modestia dei risultati conseguiti da un’organizzazione giudiziaria che ha
comunque visto crescere le risorse destinatele dallo 0,9 del Bilancio
statale 1992 all’1,5 dello scorso anno. Un’organizzazione che può comunque
contare su organici magistratuali e tecnico-amministrativi non inferiori
agli standard europei.
Se muoviamo da questi dati, la centralità della questione organizzativa si
impone in forte evidenza: - l’afflusso delle risorse non tanto scarso quanto
imprevedibile ed incoerente rispetto ai progetti di sviluppo intrapresi; -
l’indifferenza all’analisi del dato; - la confusione tra processo
giurisdizionale e processo lavorativo.
L’organizzazione giudiziaria appare penalizzata pesantemente da una cultura
organizzativa orientata alla cultura della giurisdizione, che reca in sé
–necessariamente- una certa indifferenza al conseguimento del risultato.
Di fronte a questo quadro il riconoscimento del ruolo della dirigenza
amministrativa non corrisponde all’aspirazione corporativa di un ceto
professionale ma al bisogno di riqualificare il servizio giustizia offerto a
cittadini ed imprese.
La separazione tra il circuito della giurisdizione il cui governo (che
vogliamo forte, riconosciuto, autonomo) deve essere affidato alla
magistratura ed il circuito della gestione il cui governo va affidato ad una
dirigenza matura e responsabile, è pertanto un’esigenza del Paese.
Il decreto legislativo 240/2006 sulla definizione delle competenze dei
magistrati capi e dei dirigenti amministrativi, recepisce –pur tra
incertezze e contraddizioni- un quadro più avanzato. Più atto a garantire il
buon governo dell’organizzazione giudiziaria.
Proprio per questo guardiamo con grande preoccupazione il lavorìo in atto
teso a modificare il decreto 240 ridisegnando l’asse del governo secondo
modalità tali da lasciare ai dirigenti amministrativi tutto il peso delle
responsabilità gestionali, alleggerendone però significativamente la
concreta possibilità di gestione.
Sarebbe –in particolare- anacronistico risuscitare formule che ridefiniscano
in chiave meramente collaborativa il ruolo della dirigenza amministrativa.
E sarebbe intollerabile risuscitare, nell’Italia del 2007, poteri senza
responsabilità. Cui magari corrisponderebbero responsabilità senza poteri!
Noi non caldeggiamo, per la nostra posizione professionale, né poteri
assoluti né “doppie dirigenze”. Crediamo che la realtà giudiziaria esprima
un tale bisogno di governo, da lasciare spazio alla possibilità di integrare
un forte ed autonomo ruolo magistratuale con una forte e responsabile
dirigenza amministrativa. E la concreta esperienza di alcuni efficienti
sistemi giudiziari (in particolare nel nord-Europa), suggerisce validi
esempi di dirigenze integrate. “Integrate” attraverso la condivisione degli
obiettivi, la contrattazione comune del budget, la coerente assunzione delle
responsabilità.
Se la crescita dell’Italia deve poter contare anche su un servizio giustizia
efficiente, l’organizzazione giudiziaria è chiamata a sostenere un enorme
sforzo di razionalizzazione e sviluppo organizzativo. A questo sforzo noi
intendiamo concorrere. Perché siamo una parte della classe dirigente di
questo Paese.
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Riforma della PA, le
proposte dei dirigenti pubblici per snellire la burocrazia
di Alessandro Tallarida
Giornata importante quella di ieri per la
Pubblica Amministrazione: se infatti nel pomeriggio è stato finalmente
trovato l’accordo fra Governo e Sindacati sul Memorandum del pubblico
impiego, in mattinata molto si era discusso sullo stato della dirigenza
pubblica in un convegno organizzato dal Coordinamento delle Associazioni dei
dirigenti pubblici di Istituzioni, Ministeri, Enti Pubblici, Amministrazioni
delle Autonomie Locali, con il patrocinio della Presidenza del Senato della
Repubblica e della Camera dei Deputati. Molti dei temi toccati durante
l’incontro, tenutosi presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”,
hanno trovato risposte proprio nel memorandum approvato solo poche ore dopo.
Sala piena, relatori di altissimo livello e tanta voglia di confutare la
tesi dei “Nullafacenti” raccontata nell’ultimo libro da Pietro Ichino. E
poiché l’incontro si è svolto in una struttura del Senato, il saluto
introduttivo non poteva che spettare al padrone di casa, il presidente
Franco Marini: “Il dibattito sulla pubblica amministrazione e sulla
dirigenza – ha detto – è quantomai attuale in questo momento. Il Sistema
deve costituire uno degli elementi forti della competitività del paese,
soprattutto in una fase economica, che a detta di tutti gli esperti del
settore, registra finalmente una ripresa”. Il primo tema caldo del convegno
arriva proprio dal presidente che dopo una critica ad un eccessivo liberismo
registrato in passato, che ha rischiato di indebolire l’apparato statale, ha
portato l’affondo sulla questione dello spoil system: “E’ un sistema che non
mi convince, la dirigenza deve avere la possibilità di esercitare il suo
rapporto di fedeltà con lo Stato”. A detta di quasi tutti i relatori
effettivamente lo spoil system sembra davvero avere i giorni contati come
sottolinea anche il Ministro della Giustizia Clemente Mastella: “E’ un
metodo che produce solo una perdita di competenza. Semmai la rimozione della
dirigenza dovrebbe avvenire solo dopo un’attenta valutazione dell’operato e
non in “premessa” come accade oggi”. Sulla stessa linea anche il senatore
Maurizio Sacconi mentre la bocciatura definitiva arriva da Gian Piero Scanu,
sottosegretario per le Riforme e l' Innovazione nella PA: “Basta con lo
spoil system inteso come mezzo di occupazione del potere, credo si possa
dire che è giunto il momento di cambiare”.
Ma se è vero che la situazione della Pubblica Amministrazione non è quella
dipinta da Ichino è altrettanto vero che alcune cose devono essere cambiate.
Le proposte, cinque in tutto, arrivano da Carlo D’Orta, membro del
Coordinamento Associazioni Dirigenti Pubbliche Amministrazioni e componente
della Giunta esecutiva dell’Adige: “Il primo punto riguarda la distinzione
politica-amministrazione: per essere reale non può rimanere solo a livello
di funzioni (distinzione fra competenze del ministro e dei dirigenti
nell’ambito del ministero; fra competenze di sindaco/assessori e dirigenti
nel comune) ma deve essere “garantita” da una separazione strutturale: da un
lato un centro “snello” di elaborazione delle politiche a supporto di
ministro (governatore regionale, sindaco, ecc.); dall’altro, agenzie
tecniche competenti per la gestione e dotate di adeguata autonomia
operativa.” La seconda proposta non poteva che riguardare lo spoil system
che dovrebbe essere limitato solo “alle posizioni di segretario generale,
con un meccanismo che restituisca stabilità a tutte le posizioni
dirigenziali, con una mobilità limitata (salvo valutazione negativa) solo a
parità di livello funzionale e retributivo. Ma, soprattutto, con un
massiccio piano di formazione dei dirigenti”. L’autonomia gestionale, così
come era stata prevista nella riforma dei primi anni ’90, è stato il terzo
punto mentre il quarto è stato dedicato allo spinoso tema della misurazione
e valutazione dell’operato della PA: “Siamo favorevoli – ha detto D’Orta –
ha misurare e valutare l’operato della PA, ma è importante che sotto esame
sia ciò che interessa ai cittadini e cioè la qualità dei servizi resi da una
singola PA o da un singolo ufficio”. Ultimo tema affrontato, ma non per
questo di minore importanza ha riguardato la semplificazione. E qui D’Orta,
rispetto alle consuete critiche che si rivolgono al nostro monumentale
apparato di norme e leggi si spinge oltre: “Non basta una semplificazione
del sistema normativo ormai ipertrofico e di ostacolo ad ogni forma di
efficienza, serve una semplificazione anche del livelli organizzativi, ad
esempio riducendo drasticamente gli obblighi di pareri e concertazioni con
gli altri organismi pubblici che rallentano i processi decisionali”.
Tema questo che ha trovato il parere favorevole anche di Tiziano Treu che ha
anche espresso l’augurio di un ringiovanimento della pubblica
amministrazione.
Come detto all’inizio parte di queste proposte sono state già recepite dal
memorandum firmato dal Governo, ma certo ancora molto può e deve essere
fatto non solo per smentire la tesi dei nullafacenti di Ichino, ma anche e
soprattutto per garantire al sistema Italia e ai suoi cittadini servizi
rapidi ed efficienti.
18/01/2007
Fonte Formez
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